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Cinture o bretelle? Tai chi o Taiji? Kungfu o Wushu? KO per minoremmi o Sanda?

 

Può sembrare del tutto ovvio che le arti marziali cinesi abbiano un rapporto piuttosto
stretto con le arti marziali cinesi, cioè con quanto si pratica e si è sempre
praticato in Cina nell'ambito del Wushu, tuttavia la realtà smentisce
apertamente questa semplice e ovvia constatazione. Come e perché si verifica
questa situazione a dir poco curiosa? Sicuramente le risposte possono essere
varie e complesse, senza nessuna pretesa di completezza avanziamo prima qualche
semplice ipotesi in merito al "perché".

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P.S.

A pochi giorni dalla pubblicazione di questo articolo, precisamente il 28/06/2012, nell'ambito dei corsi formativi per tecnici sportivi organizzati dalla FIWUK a Termoli, giunge un'autorevole conferma a queste note. Infatti una figura di indiscussa autorità e notorietà quale il Maestro Pasotti ha aperto la sua lezione pratica sul Taolu chiedendo: "Cosa è il Sanda?" "Cosa è il Taiji ?" Proseguendo poi (dopo l'unica risposta possibile ovvero "Wushu") precisando il significato dei termini Kungfu (= abilità) e Wushu (arte marziale), sottolineando quindi fra i due termini quale risulti essere inequivocabilmente più adeguato nell'indicare il complesso delle arti marziali cinesi. La lezione si è poi sviluppata con esercizi pratici, rigorosamente e personalmente controllati, nel corso dei quali il Maestro ha comunque sottolineato con forza i vari ed importanti elementi che legano fra loro le varie specialità del Wushu: dalle "logiche" di fondo, alle impostazioni, a varie tecniche; del resto una tecnica quale un calcio di tallone, che possiamo trovare nel Sanda, nel Changquan, nella 24 di Taiji  ecc. rimane sempre un calcio (è appunto uno degli esercizi su cui ci si è intrattenuti) come può quindi questa tecnica modificare radicalmente il suo significato (ad esempio perdendo qualsiasi riferimento rispetto alla originaria radice marziale) a seconda del tipo di forma in cui lo si pratica? Un calcio è sempre un calcio! Si ricorda, per inciso, che nella lezione in questione si stava lavorando sul cosidetto "moderno", sottolineando appunto gli imprescindibili nessi che legano le varie specialità che vengono classificate sotto questa denominazione in Italia (non dimentichiamo peraltro che  tale categorizzazione non ha riscontro in Cina) con le varie altre specialità del Wushu. Un sentito grazie quindi al Maestro Pasotti (che già negli anni '80 si formava con assiduità in Cina) per il suo contributo alla formazione dei tecnici FIWUK, un contributo tanto prezioso quanto autorevole!

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Le culture e tradizioni dell'estremo Oriente presentano caratteri tanto peculiari, raffinati
e complessi da poter essere facilmente fraintese nel contesto delle società e
culture occidentali, questo è certamente un elemento che entra in campo nella
situazione che tentiamo di analizzare. Le differenze di sensibilità e
prospettive culturali, legate anche a precisi percorsi storici e a determinate
correnti filosofiche, che si sono sviluppate nel corso di secoli e anche di
millenni, possono portare un occidentale, in buona fede, a non capire in
profondità tanti aspetti importanti di discipline orientali; in questo senso le
considerazioni qui riportate relativamente al Wushu si potrebbero estendere a
varie altre discipline dell'estremo Oriente, come per esempio il Qi gong, la
digitopressione, lo Yoga e varie tecniche mediche dell'antica tradizione cinese
o ayurvedica. E' quindi possibile la situazione di coloro che non capiscono,
per giunta senza capire di non aver capito; il che rende di conseguenza le
stesse persone poco attente ad una possibile revisione critica del loro
apprendimento e della loro pratica: chi non sospetta e non riconosce il proprio
errore come può provvedere a correggerlo?

Sono peraltro possibili anche altre ipotesi, cioè che alcuni occidentali, pur avendo ricevuto
un bagaglio tecnico preciso e corretto possano volutamente modificarlo di loro
iniziativa per motivazioni che, a questo punto, appare difficile poter
giustificare, almeno sotto il profilo "filologico" della correttezza tecnica,
deontologica e professionale. Come posso giustificare seriamente l'alterazione
volontaria di precisi contenuti, prassi, metodologie ... pur sostenendo che ciò
che io propongo è conforme al modello originale? Sul piano della logica questo
procedimento non sta in piedi ma sul piano delle realtà empiriche possono
succedere tante cose (tristi), soprattutto quanto la spinta propulsiva
dell'agire umano è legata a motivazioni quali la ricerca del prestigio
personale, del potere e dell'arricchimento facile. Partendo da simili
motivazioni e sfruttando abilmente strumenti commerciali e giochi politici non
è difficile ipotizzare percorsi di contraffazione di proposte di per sé
tanto  impegnative quanto qualitativamente
ricche. Si può anche osservare come simili operazioni siano basate su una
logica miope e che dopo un successo momentaneo difficilmente possano reggere
nel tempo, come un albero rinsecchito che non porta più frutti maturi. Ecco due
semplici ordini di considerazioni che potrebbero dire qualcosa sul perché ci si
possa allontanare da modelli di per sé particolarmente ricchi e fecondi.

Senza insistere oltre su questo punto passiamo alla questione in merito al "come",
che appare sicuramente più concreta oltre che delicata. Come è possibile quindi
che si pratichino in Occidente le arti marziali cinesi con modalità piuttosto
lontane da quelle chiaramente praticate in Cina? Non si dovrebbe forse parlare
più correttamente di "arti marziali cinesi occidentalizzate" o
"sino-occidentali"? Proviamo a fare qualche piccolo esempio, riferito per
comodità soprattutto all'ambito italiano.

Su fronti di livello più o meno alto gli esempi possibili sono in realtà (purtroppo)
molteplici; possiamo cominciare dalla questione relativa all'uso delle cinture:
l'introduzione di gerarchie contraddistinte da cinture di vari colori,
indicanti diversi gradi di abilità dei praticanti, non corrisponde a ciò si fa
e si è sempre fatto in Cina nell'ambito del Wushu. Questo fatto è
indiscutibilmente noto a chiunque si sia formato negli Istituti di Educazione
Fisica della Repubblica Popolare Cinese; è interessante sapere che questa ovvia
constatazione, che non è certo in questa sede sollevata per la prima volta, è
stata confutata in passato in un modo a che ha quasi dell'incredibile, ovvero
con questo tipo di argomentazione: "ma questo cosa c'entra?". Argomentazione
alla quale effettivamente è difficile poter rispondere, perché sposta la
questione su un piano piuttosto arduo, in quanto esterno alle normali
coordinate della logica. Se infatti riteniamo, senza alcun problema, di
chiamare cinesi prassi che non sono cinesi il problema è a monte ... e credo sia
difficile trovare in merito motivazioni che si allontanino molto da logiche di
tipo commerciale. Probabilmente si è visto che un certo "stile" si vende bene e
attira nuovi utenti e lo si è appiccicato a contesti che non gli sono affatto
propri; con ciò non si vogliono stigmatizzare tutti i singoli e i gruppi che
fanno uso del sistema delle cinture, anche perché si è ormai piuttosto diffuso,
si vuole semplicemente far notare che tale sistema non trova corrispondenza né
motivazioni rispetto ai modelli fondanti delle arti marziali cinesi. Ricordiamo
quindi con serenità che in Cina le cinture servono solo per reggere i
pantaloni, per il resto in Occidente ognuno faccia ciò che ritiene meglio fare!

Quella appena considerata non è poi in sé una questione particolarmente rilevante, in quanto
non tocca elementi di tipo tecnico, rimane però esemplificativa di una
tendenza, tanto diffusa quanto discutibile, che sembra potersi ricondurre
prevalentemente a logiche di tipo commerciale. Logiche facilmente riscontrabili
in svariati modi: pensiamo ad esempio ai CD audio in vendita in molti centri
commerciali che riportano titoli quali "Tai-chi" (secondo le convenzioni dei
sinologi è una scrittura scorretta che starebbe per Taiji, abbreviazione di
Taijiquan) o a belle foto di gruppi di praticanti occidentali che si allenano
rigorosamente con l'abito tradizionale cinese ... cose in sé suggestive e non prive
di significato, basti però sapere che in Cina non vi sono musiche composte per
il Taiji e che nelle palestre cinesi i praticanti usano semplici tute (o magari
nei parchi l'abbigliamento con cui poi si va a lavorare), riservando l'abito
tradizionale alle competizioni o esibizioni.

Tutte piccole cose, in fondo, ma l'andamento che descrivono è chiaro e in pratica si commenta
da solo. La libertà dei singoli potrà esprimersi in tanti modi ma almeno si può
convenire che gli allievi occidentali abbiano il diritto di sapere in cosa e
quanto il loro maestro si allontana dalla tradizione cinese. Non sempre infatti
l'allontanamento dall'originale è un'operazione neutra, soprattutto quando si
entra in aspetti di tipo tecnico; facciamo un esempio: l'allenamento e l'esecuzione
scorretta di un fondamentale (per esempio la posizione pu bu) potrebbe creare
problemi anche seri ai legamenti del ginocchio. Ecco come la scarsa competenza
di un tecnico e l'allontanamento  dai
parametri originali del Wushu potrebbe portare anche a problemi oggettivamente
non trascurabili, tanto che la pratica di una disciplina, in sé utilissima per
il benessere psicofisico, diverrebbe addirittura dannosa per l'organismo!

E' interessante notare anche come la conformità o meno al "modello originale" sia
facilmente e chiaramente riscontrabile senza alcuna difficoltà, anche senza
bisogno di recarsi in Cina, ad esempio per il semplice fatto che esistono
accurati manuali con precisi disegni e dettagliate descrizioni. Il Wushu
infatti è arrivato sino a noi perché è sempre stato codificato e qui possiamo
notare un'altra curiosa "difformità" dall'originale: l'uso di classificare
alcuni stili di Wushu come "moderni" e di classificarne altri come
"tradizionali", intendendo come "moderni" quelli con forme ufficialmente
codificate. Prima di tutto in merito a questa distinzione terminologica bisogna
constatare che, anche in questo caso, non vi è alcun corrispettivo nella
tradizione cinese e già con questo si potrebbe chiudere il discorso; possiamo
peraltro aggiungere che i manuali di Wushu sono una realtà dell'antica storia
della Cina e che sembrerebbe poco fondato definire "moderno" uno stile come il
Changquan che vede le proprie origini già nell'ottavo secolo e conosce una
importante codificazione per opera di un famoso generale della dinastia Ming,
Qi Jiguang (1528-1587), che pubblicò un importante manuale di Wushu in
collaborazione con il Maestro Cheng Chongduo. E' vero che nella millenaria
storia del Wushu andare indietro di qualche decina di secoli è in fondo poca
cosa ma rimane difficile anche in questi casi parlare di "moderno"! Se poi con
questa dizione si vuole alludere al fatto che in epoca relativamente recente,
successivamente alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (avvenuta nel
1949), si è messo mano al patrimonio tradizionale di alcuni stili
sistematizzandolo, ciò è vero ma non corrisponde ad alcuna invenzione e non è
nemmeno un fatto nuovo nella storia cinese, che ha conosciuto periodiche
revisioni delle proprie tradizioni. Non per niente, come si è detto, i cinesi
non distinguono tra stili moderni e tradizionali, perché tutti gli stili sono
patrimonio della tradizione e difficilmente vi sono specialità che sono state
tramandate solo oralmente senza alcun tipo di riscontro scritto.

Visto che più volte si è sottolineata l'importanza di riferirsi al modello fondante, cioè a
come il Wushu è praticato in Cina, è bene chiarire anche che non s'intende con
ciò sostenere che qualsiasi cosa succeda in Cina nell'ambito del Wushu sia
automaticamente e quasi magicamente immune da errori e perfetta; sicuramente
esperienze di basso profilo sono sempre possibili ovunque, tuttavia
considerando l'altissimo numero di praticanti in Cina e l'alta qualità del
livello medio degli stessi ... chiunque facesse proposte poco valide in
territorio cinese, oltre a farsi ben presto ridere dietro, avrebbe vita molto
breve nel campo del Wushu!

Volgendo verso il termine della veloce carrellata esemplificativa delle operazioni

di "adattamento" del Wushu in Occidente possiamo affacciarci per un attimo

anche all'ambito del combattimento libero.

A questo proposito è noto che nel contesto italiano (ed anche europeo) esiste una
specialità legata al contatto leggero (senza KO), denominata Semi-Sanda o
QingDa; è circolato anche un regolamento in merito dove si leggeva che i colpi
dovevano essere portati con il 10% della forza! Teoricamente era un'indicazione
molto precisa, nella pratica si prestava tuttavia a interpretazioni del tutto
soggettive da parte degli ufficiali di gara. Se ci si volesse dilettare in
disquisizioni su questo punto si potrebbe magari osservare che la valutazione
di questo 10% poteva essere opera non tanto facile: come distinguere un 9% da
un 11%? Poi in che senso dobbiamo intendere la forza: in senso assoluto o relativo?
Un atleta molto forte, che esprimesse l'8% della sua forza, potrebbe portare
colpi più forti di un atleta di minor valore, che magari tirasse con il 12%!
Nei manuali di scienze motorie inoltre si distingue fra forza pura, forza
veloce, forza esplosiva, forza resistente ..., dobbiamo quindi considerare uno o
più di questi significati o la risultante fra gli stessi? Ufficialmente questa
indicazione non compare più negli attuali regolamenti ma in certi contesti vi
si fa ancora riferimento, come ad un riferimento tecnico ormai entrato nella
"tradizione". In base a tali presupposti si potrebbe forse ipotizzare un futuro
regolamento che contemplasse l'introduzione dell'uso di un dinamometro, o di
non si sa quale altro marchingegno, da applicare ai guantoni per misurare il
colpo; forse anche una di quelle macchine a gettone dei giostrai dove si
colpisce un pungi ball... Meglio fermarci qui; possiamo giusto ricordare che,
anche in questo caso, in Cina (oltre che nei regolamenti dell'International
Wushu Federation) non esiste una specialità a contatto leggero! Andrebbe anche ricordato
che lo stesso termine da noi a volte utilizzato per indicare tale specialità (QingDa,
Qinda, Quingda e Quinda), non ha riscontro in Cina (ma c'è anche chi usa "Light
Sanda). Tuttavia l'assenza del Semi-Sanda dai circuiti più ampi rispetto a
quello italiano ed europeo non comporta solo una differenza di tipo puramente
teorico ma conseguenze ben precise nell'ambito della pratica agonistica: un nostro
atleta che, in uno scenario internazionale, si confrontasse per esempio con un
atleta cinese si troverebbe facilmente in difficoltà per un motivo semplice ma
fondamentale, ovvero la propria scarsa abitudine a tirare e soprattutto a
incassare colpi tirati con forza, rischiando per giunta di perdere l'incontro
per KO!

Non per niente nel Sanda i vincoli relativi all'età
(non meno di 18 e non più di 35 anni) e alle protezioni sono fondamentali, come
sa bene qualunque praticante di Wushu che abbia tirato nel Sanda! Inoltre è
importante considerare realisticamente che anche se nel Semi Sanda i colpi
devono essere portati con "potenza ridotta", la tecnica cioè deve essere
portata per colpire l'avversario senza però recargli KO o lesioni (pena la
squalifica dell'atleta), il KO rimanga però una reale possibilità alla quale
l'atleta è esposto! Perciò apparirebbe logico estendere anche a questa
specialità il divieto ai minorenni di accedere ai combattimenti, come previsto
nel Sanda. Peraltro in Italia tale divieto è comunque previsto per legge e per
i regolamenti del CONI e riguarda tutti gli sport da combattimento.

Volendo poi si potrebbero considerare altri aspetti discutibili annoverati fra le prassi di
"casa nostra": per esempio il contemplare fra le specialità di combattimento
libero del Wushu anche il Shuai Jiao, con un piccolo problema di ordine filologico:
questa specialità non è cinese ma appartiene alla tradizione mongola,
certamente molto interessante nel campo della lotta, ma per motivi di ordine
tecnico e geografico è bene ricordare che non si tratta di una specialità del Wushu.

Gli esempi riportati possono forse essere sufficienti per capire come ci si possa
allontanare da ciò che è il Wushu in Cina, ma ci possiamo ancora concedere una
"chicca" finale nell'ambito della terminologia: un termine abbastanza
utilizzato in Occidente per indicare le arti marziali cinesi è il termine
"Kungfu", che si può tradurre con "abilità"; ora uno può essere abile nelle
arti marziali ma anche a fare il te, dipingere, scrivere, scolpire, lavorare il
bambù ecc. mentre il termine "Wushu", che significa appunto "arte marziale", è
decisamente più preciso e corretto. E' vero che nel corso della lunghissima
storia della Cina sono stati utilizzati diversi termini per indicare le arti
marziali, anche a seconda del diverso periodo storico e delle varie zone
geografiche, è però altrettanto vero che in modo inequivocabile e ufficiale i
cinesi hanno optato definitivamente per il termine Wushu, cosa peraltro
attestata dalla sigla sia della federazione cinese (Chinese Wushu Association),
sia della federazione internazionale (International Wushu Federation). Se nonostante
ciò vi fossero ancora dubbi in merito basterebbe tener presente che la scelta del
termine Wushu è fortemente ed ufficialmente avvallata dal Dott. Xu Cai, primo
Presidente della International Wushu Federation, come da lui stesso ampiamente riportato
nella prefazione al Zhongguo Wushu Shiyong Daquan ("Dizionario pratico delle
arti marziali cinesi"); testo citato fra le 226 pagine della tesi di laurea, del
Maestro e Prof. Albieri, su "Storia, metodologia e didattica delle arti
marziali cinesi" grazie nella traduzione del Dott. Fabio Smolari. Alla luce di
queste considerazioni anche la doppia dizione "Wushu-Kungfu", pure utilizzata, non
risulta avere un preciso corrispettivo con quanto hanno stabilito i cinesi; può
risultare piuttosto una concessione all'immaginario collettivo del grande
pubblico dei non addetti ai lavori, all'orecchio dei quali la dizione Kungfu
risulterebbe più chiara in relazione all'uso che se ne è fatto a livello
commerciale e cinematografico (dai vecchi films di Bruce Lee a films
d'animazione  come "Kungfu Panda").

Su quanto si è detto in merito sia al "come" sia al "perché" le arti marziali cinesi 

in Occidente subiscano adattamenti, che appaiono perlomeno discutibili, ognuno può
seriamente e serenamente trarre le proprie conclusioni; anche se le direzioni
di fondo sembrano rimanere due, una costituita da operazioni rette da verbi
quali: "snaturare", "commercializzare", "sfruttare", "svilire" ..., l'altra
basata su altre operazioni quali: "conoscere", "apprendere", "praticare",
"confrontarsi" ... Nessuno è perfetto o esente da errori ma qui la questione è
un'altra: abbiamo la possibilità attingere ad un tesoro antichissimo, elaborato
da personalità formidabili, capaci di espressioni tecniche di altissimo
livello, vissute in contesti storici nei quali l'eccellenza nelle arti marziali
era prima di tutto una necessità di sopravvivenza; abbiamo uno straordinario
tesoro, incrementato ininterrottamente da un numero incalcolabile di
praticanti, che possiamo ricevere nel modo più preciso, profondo e corretto ....
perché quindi fare altro?

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