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FEDELTA' E FANTASIA DI SINERGIE

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Come si sa, secondo quella caratteristica ineffabilità e fluidità che caratterizza lo spirito cinese, il classico esercizio marziale di riscaldamento del Ba duan jin (gli otto pezzi, cioè movimenti, di seta) può essere anche usato come esercizio di defaticamento alla fine di un allenamento, come pure è noto che in Cina non pochi praticanti di Sanda (la specialità di combattimento libero) siano anche praticanti di stili interni, o che praticanti di stili esterni di Wushu siano allo stesso tempo cultori del Taijiquan o di altri stili interni, così come solitamente i praticanti di Taiji siano anche praticanti di Qi gong, sebbene questa disciplina, propria della medicina tradizionale cinese, non rientri nelle specialità delle arti marziali cinesi (appunto “Wushu”).

Dai tempi antichi dei monaci di Shaolin le scansioni dell’allenamento hanno un preciso, consolidato ordine:

un tempo adeguato di riscaldamento e allungamento seguito dallo studio dei fondamentali e poi delle “forme” della specialità di Wushu che si sta praticando. Quella che oggi è la prassi di allenamento abituale, in pratica di ogni disciplina sportiva, conosce in Cina da molti secoli una tradizione ininterrotta ed è connessa ad una rigorosa codificazione, con tanto di antichi manuali corredati da precise raffigurazioni: basti pensare al famoso manuale di Wushu pubblicato dal generale della dinastia Ming Qi Jiguang (1528-1587) in collaborazione con il Maestro Cheng Chongduo e al rotolo di Mawangdui, raffigurante oltre 40 esercizi ginnici per mantenere la salute e curare precise malattie, che risale a oltre 2.000 anni fa, all’epoca della dinastia Han (206 a. C.–220 d. C.).

Ciò non toglie che alcuni elementi che compongono l’insieme dell’allenamento possano trovare una diversa collocazione, come nel classico gioco del Tangram. Secondo questa logica modulare si potranno ad esempio collocare al termine dell’allenamento gli stiramenti o, come già detto, le sequenze del Ba duan jin.

Tradizionalmente si è soliti concludere l’allenamento con qualche esercizio di Qi gong; questa coltivazione della “energia interiore” o “vitale” si combina particolarmente bene con la pratica degli stili interni di Wushu (di cui il più comune è il Taiji-quan) volti anch’essi, seppure in diverso modo, all’incremento di questa stessa energia.

Sia il Qi gong sia il Taiji, come confermato da innumerevoli studi medici, giovano straordinariamente ad ottenere ed incrementare il benessere psicofisico, oltre a favorire in modo particolarmente significativo uno stato di calma e rilassamento. Si può anzi notare come una peculiare caratteristica del Taiji, nel vasto e composito panorama delle arti marziali cinesi, consista proprio in questo caratteristico effetto rilassante. Nell’originario contesto marziale in cui venne elaborata questa disciplina la pacificazione era in certo qual modo una necessità, da parte di praticanti che annoveravano nella propria memoria non pochi contrasti invasivi e letali. Lo dimostra in modo inconfutabile l’albero genealogico della famiglia Chen di Chenjiaguo, composto da militari assoldati come guardie del corpo, portavalori … e perfino boia.

Sfrondando infatti alcune fantasiose interpretazioni che collocavano le origini del Taijiquan in epoche remote, attribuendone l’ideazione al monaco Zhang Sanfeng o ad altri personaggi leggendari, alcuni importanti studiosi cinesi come Tang Hao e Gu Liuxin hanno dimostrato che le origini del Taiji risalgono al famoso generale della dinastia Ming Qi Jiguang (1525-1587). Successivamente cominciò ad essere elaborato il primo stile di Taiji ad opera di Chen Wanding (m. 1714), della famiglia Chen del villaggio Chenjiaguo; si trattava di un cadetto dell’Accademia Imperiale che venne distaccato a capo delle milizie civili nel distretto di Wen, nella provincia di Henan (dove sorge anche il tempio di Shaolin), nella Cina centrale. Rispetto a questo originario contesto marziale ci troviamo oggi di certo in una situazione nettamente diversa, rimane comunque particolarmente preziosa la possibilità di rilassarsi con il Taiji; non si avrà più la memoria segnata da scontri cruenti e spietate esecuzioni ma la frenesia della vita nelle nostre città non manca purtroppo di consegnarci sempre nuove e frequenti occasioni di stress.

Ed ecco che nella sapienza della tradizione cinese si combinano in feconda sinergia elementi marziali, relativamente recenti per quanto riguarda il Taiji (almeno rispetto a tanti altri stili di Wushu), con elementi di origine medica molto più antichi, per quel che riguarda il Qi gong, considerando che il rotolo di Mawangdui non è nemmeno l’attestazione scritta più antica del Qi gong.

Anche in questo caso possiamo pensare ad un ulteriore elemento di fluidità o organizzazione modulare e anche personalizzata dell’allenamento: mentre infatti, come già detto, si è soliti praticare prima uno stile di Wushu, Taiji compreso, e concludere con il Qi gong niente vieta che la pratica personale mattutina possa anteporre il Qi gong al Taiji. È bene in ogni caso premettere sempre il riscaldamento e possibilmente anche gli esercizi di allungamento, sia come investimento per la longevità delle fibre muscolari (e quindi per la salute) sia perché un organismo riscaldato funziona comunque meglio: ce lo insegnano grandi giocatori di scacchi che antepongono alla partita un adeguato riscaldamento. Anteporre la pratica del Qi gong a quella del Taiji potrebbe avere senso soprattutto rispetto ad un parametro soggettivo ma fondamentale: la concentrazione. Infatti lo stato di rilassamento mentale che si ottiene dopo una mezz’ora di Qi gong ben fatto consente di eseguire il Taiji con una particolare calma, che è allo stesso tempo frutto ma anche presupposto per una corretta esecuzione della forma. La nota fluidità dei movimenti del Taiji, caratteristica peculiare dello stile Yang, non è infatti solo una competenza fisica, legata ad una buona conoscenza delle tecniche e ad una altrettanto buona flessibilità articolare, ma è anche legata ad un particolare stato mentale. Tutta la persona agisce: impostazione del bacino e del corpo, movimenti, sguardo, respiro, mente … ogni nostro elemento è coinvolto. Così come del resto respiro-mente-sguardo-impostazione e/o movimento del corpo sono tutti fondamentali nella pratica del Qi gong.

Questa sinergia di elementi e competenze che s’intrecciano con fluidità ed efficacia, sotto l’indispensabile direzione di un praticante esperto (che proprio in quanto tale è divenuto “Maestro”), possono essere poi personalmente allenate in modo ancora più significativo con l’ausilio di determinate condizioni esterne: una spiaggia all’alba, la radura di una foresta, una cengia, un crinale, una forcella o la cima di una montagna solitaria e selvaggia … insomma un ambiente naturale, preferibilmente al mattino presto, dove il silenzio è “rotto” solo dal canto degli uccelli, dal fruscio delle foglie o dal mormorio di un ruscello … Simili condizioni sarebbero ideali ma evidentemente non muovono tuttavia automaticamente ad una corretta esecuzione: rimane imprescindibile l’adeguata condizione mentale insieme, ovviamente, alle opportune competenze tecniche. Nella vita di tutti i giorni per lo più ci si dovrà accontentare di un lavoro in palestra o in un parco pubblico o in qualche angolo domestico, magari aspirando a qualcosa di più selvaggio quando si è in vacanza, ma al di là dell’ambiente esterno dovremo comunque sempre e prima di tutto partire da noi, da ciò che negli anni, con costanza, fatica e umiltà avremo silenziosamente ma validamente costruito.

Se prima, per molto tempo, saremo stati ripetitori ed esecutori forse poi potremmo non certo pretendere d’inventare o costruire nulla di nuovo ma semplicemente sperimentare nella nostra pratica personale nuovi aspetti, nuove combinazioni, sensazioni “nuove”, almeno per noi; trovando un nostro equilibrio in quella combinazione di elementi con cui da secoli e, per certe pratiche, da millenni gioca con inesauribile fantasia e maestria la tradizione cinese.

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